Protocollo contro privacy nei Comuni

Lo abbiamo ricordato in tanti corsi: in un Ente pubblico il protocollo è spesso il primo nemico del corretto trattamento dei dati. Soprattutto negli Enti più piccoli, normalmente il protocollo non è compartimentato, per cui tutti possono vedere tutto. Nella pratica, comunque, di solito ci si limita ai propri documenti, anche perché il carico di lavoro non invita a cercarne di aggiuntivo, ma, se si vede un titolo che attira l’attenzione, la curiosità di aprire il documento e vederne il contenuto può essere prevalente. Il protocollo dovrebbe dunque consentire all’Ufficio Tecnico di vedere solo i propri atti e non quelli dello Stato Civile o della Polizia Locale e viceversa. Senza contare che a volte già il titolo dice troppo; ad esempio, un’adozione di minore è un atto molto riservato. Se anche uno adotta tutte le cautele per l’accesso, se imposta il protocollo come “riservato”, ma l’oggetto del protocollo è “Adozione di Mario Rossi da parte di Carlo Bianchi” la parte saliente dell’informazione è accessibile a tutti. Non dimentichiamo che il registro di protocollo, quindi l’elenco degli atti movimentati in entrata o uscita, non solo è un atto pubblico, ma è un atto pubblico di fede privilegiata, quindi fa fede fino a querela di falso. Eppure c’è poco da fare, vuoi per difficoltà organizzative (se ci sono solo tre impiegati è evidente che tutti devono poter protocollare, per coprire le assenze), vuoi per mancanza di attenzione, il protocollo è uno dei primi anelli deboli della catena. Stavolta è toccato alla Città Metropolitana di Sassari essere sanzionata dal Garante, ma, probabilmente, un buon 90% dei Comuni italiani risulterebbe carente. Speriamo di sbagliarci.
