E se il Garante subisse un data breach?

Abbiamo sempre cercato di stare alla larga dalle polemiche che da diverse settimane investono il Garante ed i membri del Collegio ed intendiamo stare fuori anche dall’ultima puntata, che vede la solita trasmissione sostenere – peraltro senza materiale a supporto – che una notte i membri del Collegio sarebbero entrati nel palazzo, forse accompagnati da qualcuno, per cercare la presunta talpa. L’avv Scorza ha smentito, documenti alla mano, mentre gli altri hanno taciuto a titolo personale, ma ora è stata presentata denuncia alla Procura. Qualcuno ha visto una retromarcia rispetto alle smentite, una sorta di ammissione. Non avendo letto il testo presentato alla Procura non possiamo dare un parere definitivo, ma, vista da fuori, sembra abbastanza normale che, se il vicino mi dice che è entrato qualcuno in casa mia e io non sono stato, segnalo la presunta intrusione all’autorità giudiziaria. Ma ciò di cui vogliamo parlare è di un altro aspetto – che nessun altro sembra aver notato – di una perplessità del tutto astratta, di un mero esercizio mentale. Ipotizziamo che il Garante subisca un data breach (e, ripetiamo, non stiamo affermando che sia avvenuto veramente, né in questo né in altri casi): poiché l’Autorità è un’organizzazione come tutte le altre, dovrà attivare la procedura: minimizzare i danni, avvisare gli interessati e segnalare al Garante. Cioè a se stesso. E dovrà valutarsi ed eventualmente irrorare una sanzione. E’ evidente che non funziona, ma sembra che il caso non sia stato minimamente considerato, non risultano procedure alternative. Noi una soluzione la proponiamo: con la riforma del GDPR si statuisce che il Garante debba riportare all’EDPB, che fungerà da Autorità superiore. Già, ma se a subire un data breach fosse l’EDPB?
