Tutela o violazione? Limiti per videochiamate

Potrebbe capitare perché sei in smartworking ed hai indossato giacca e cravatta, ma nulla sotto e allarghi per sbaglio l’inquadratura, potrebbe essere perché non ti accorgi di inquadrare uno specchio; potrebbe anche essere intenzionale. Parliamo di un nudo durate una videochiamata. Apple sta sperimentando una funzione di Facetime, un’app per videochiamate poco diffusa fuori dagli Stati Uniti, che analizza con strumenti AI le immagini e, qualora rilevi una persona che si spoglia, interrompe la videochiamata chiedendo una conferma. L’idea alla base è ragionevole: a volte non si accende il cervello e si cade in qualche tranello, mentre una allarme del tipo “ma sei proprio sicuro di ciò che stai facendo?” può riportare alla realtà. Inoltre il sistema opera solo sul cellulare, senza trasmettere dati all’esterno e non blocca due adulti consenzienti, è sufficiente confermare di voler proseguire. Tutto bene, dunque? Sì e no. L’idea nello specifico è anche interessante e apprezzabile, ma cosa succede se si diffonde, magari in modo più invasivo? Di fatto una conversazione privata non è più tale, essendovi un terzo incomodo artificiale, e non è detto che un apparecchio acquistato per navigare e telefonare debba per forza fare da genitore apprensivo. In secondo luogo una volta aperto il vaso di Pandora diventa difficile richiuderlo: l’attività è di fatto monitorata costantemente, all’origine. Cosa succede se un governo decide di chiedere di segnalare un determinato viso, l’uso di determinate parole, il commento su uno specifico libro o film? Per tacere del materiale usato per l’addestramento dell’AI, che non è dato sapere dov’è stato preso e che fine farà.
