Raccogliere dati costituisce valore tassabile (?)

Una posizione che fa e farà discutere quella della Procura di Milano (diversi la commentano, ma non abbiamo trovato il provvedimento originale, se qualche lettore dovesse averlo lo invitiamo a condividerlo). In sintesi, chi raccoglie dati, anche a titolo gratuito, come la maggior parte dei Social, genera un valore che quindi può/deve essere oggetto di tassazione. Da un lato si comprende la ratio e con questa interpretazione si evidenzia che i dati hanno un valore. Dall’altro si tratta però di un approccio pericoloso, perché rischia di far chiudere tutti i servizi realmente gratuiti: pensiamo a newsletter, videoblog, podcast… Studi legali, commercialisti, studi medici, gruppi religiosi spesso offrono servizi di informazione gratuita; certo, per molti l’intento è promozionale, altri lo fanno per passione, come d’altra parte Privacy Italiana: non fa pubblicità, non chiede iscrizioni, non ha sezioni a pagamento, ma la mail di chi vuol lasciare un commento la raccoglie, anche se poi non l’ha mai utilizzata. E’ evidente che molti di questi servizi – utili per il pubblico e per le organizzazioni – finirebbero per chiudere, dato che al valore potenziale del dato non corrisponde una reale entrata monetaria, se non in rari casi, ossia quei clienti che si raccolgono tramite il servizio, sulla cui fattura si pagano comunque le tasse, per servizi professionali, mentre per servizi religiosi e hobbistici neppure quello. E’ corretto che i giganti del WEB paghino le tasse, ma queste dovrebbero essere calcolate sul guadagno reale, sui soldi che si incassino dai dati raccolti, non dal potenziale, a volte inespresso di questi dati.
